CONTENUTO ESCLUSIVO

La storia di Giuseppe Meazza: il prototipo del divo moderno

Giuseppe Meazza non è solo il nome di uno stadio. “Peppino” infatti è stato un campione straordinario, vicinissimo alla nostra percezione moderna pur venendo da un’epoca ormai lontana. Un gioiello, che ha brillato soprattutto con indosso la maglia nerazzurra della “sua” Inter. Un personaggio sopra le righe, soprattutto per l’epoca, amante delle auto, delle donne e della bella vita. Ma anche del calcio, quello sport che praticava con tanta leggerezza, specie considerate scarpe e palloni di allora, con una semplicità disarmante. Vediamo insieme la storia della più grande leggenda del calcio italiano e della storia nerazzurra.

Meazza nasce nel 1910 a Milano. Meneghino DOP, la sua è un’infanzia tutt’altro che facile: il padre muore in battaglia nella Grande Guerra, sul Carso. Giuseppe inizia a lavorare sin da bambino, per aiutare la mamma a mantenere la famiglia, ma la sua vera febbre incontrollabile è il pallone. Passa ogni momento libero a dare calci alla palla, al punto che la madre, leggenda vuole, finisca esasperata per nascondergli le scarpe per evitare che le consumi troppo in fretta.

Nella squadra in cui milita da ragazzino, per fortuna sua e di tutto il calcio italiano, gioca un coetaneo che di cognome fa Ciminaghi, nipote di uno dei padri fondatori dell’Inter. Per uno del talento di “Peppino”, il provino per i nerazzurri è il passo successivo. Due osservatori, uno dei quali Fulvio Bernardini futuro scopritore, tra gli altri, anche di Altobelli, vanno subito a visionarlo e restano ammaliati dalle movenze del giovane Meazza. Altra leggenda vuole che prima ancora dell’Inter, anche il Milan aveva proposto un provino al futuro campione, scartandolo perché giudicato troppo magro. Ah, divina provvidenza…

Entra nelle fila nerazzurre a 14 anni e subito l’allenatore della prima squadra, il primo “Mago”, l’ungherese Arpad Weisz, lo prende sotto la sua ala. Lo costringe a tirare per ore contro un muro con il piede debole, il sinistro, per migliorarlo. Alle lamentele del ragazzo risponde con un: “Tu vali più degli altri, perciò devi allenarti più degli altri”. Pur non essendo un amante spassionato della fatica come un Facchetti o uno Zanetti, Meazza soffre e pensa addirittura di dare un taglio al calcio. Ma nell’estate del 1927, quando Giuseppe ha solo 17 anni, Weisz lo lancia nella mischia da titolare in una partita disputata a Como contro l’Unione Sportiva Milanese. Meazza mise a tacere tutto lo scetticismo iniziale, siglando 3 delle sei reti dell’Inter e giocando una gara da campione assoluto. Era nata ufficialmente una stella.

Divenne rapidamente il faro della squadra, e nel ’29-’30 (primo vero campionato di Serie A della storia a girone unico), non ancora ventenne, trascina l’Inter alla vittoria dello Scudetto, segnando addirittura 31 goal in 33 partite. Maestro “dell’invito”, amava sfidare sempre i portieri, dopo aver ubriacato di finte tutta la difesa, invitandoli ad andargli incontro per soffiargli la palla. Con un misto di agilità e classe, aveva poi gioco facile nel saltare anche loro e andare in porta praticamente con il pallone.

Faceva ammattire i portieri con i suoi inviti, tanto che, in una partita contro la Roma, lo fece per ben 3 volte consecutive contro lo sfortunato estremo difensore giallorosso Ballante. Tanto che quest’ultimo, vedendo ancora una volta Meazza lanciato a rete contro di lui, rimase fermo sulla riga di porta. Subì lo stesso il quarto goal ma esultò con il gesto dell’ombrello all’indirizzo del buon Peppino: ah, non lo aveva fregato quella volta non era uscito!

Ci vuole poco perché il prodotto migliore del calcio italiano fino a quel momento diventi anche il faro della nazionale. Doppietta all’esordio contro la Svizzera, come successo anche nel suo primo Derby e nel primo match contro la Juve, tripletta agli all’epoca maestri ungheresi  e doppietta in 10 contro 11 nella nottata dei “Leoni di Highbury”, contro gli arroganti inglesi. Meazza trascina gli azzurri alle due clamorose vittorie consecutive ai Mondiali di calcio nel 1934 e 1938, passando anche alla storia per aver segnato il primo e unico rigore “in mutande”.

Nel 1938 infatti, si gioca ai mondiali di Francia Italia-Brasile. Gli arroganti verdeoro sono già sicuri di volare in finale, tanto che hanno prenotato il volo per Parigi. L’Italia però non è una bestia sacrificale e sul 2 a 2 si guadagna un rigore. Sul dischetto, con un pallone che pesa un macigno, non solo metaforicamente, si presenta proprio Meazza. A metà rincorsa però gli si rompe l’elastico dei pantaloncini! Meazza non può interrompere la corsa, ma nemmeno rimanere praticamente nudo in mezzo allo stadio. Allora con la mano sinistra si tiene i pantaloni, continuando a correre e riuscendo incredibilmente a segnare il rigore. 3 a 2 per l’Italia e in finale, seppur in treno e non in aereo, ci vanno gli azzurri, non i brasiliani.

Peppino però non è stato solo un campione dentro al campo. È stato il primo vero divo del calcio italiano, una star fatta e finita. Idolo dei ragazzini che hanno vissuto la sua epoca, era visto come un eroe, l’uomo desiderato da qualsiasi donna, l’esempio da seguire e su cui fantasticare. Amante delle belle donne e della bella vita, sembrava un pioniere della “Milano da bere” che sarebbe arrivata solo 50 anni dopo. Si racconta che un giorno prima di una partita, i dirigenti dell’Inter, non vedendolo arrivare, andarono a cercarlo e lo trovarono ancora a letto, dormiente con due signorine. Lo portarono al volo allo stadio e Meazza non si fece pregare: segnò 3 goal nei primi dieci minuti di partita, poi si accomodò in panchina a schiacciare un pisolino per gli altri 80. Cosa volevi dire a uno così?

Per lui l’Italia intera, per far capire la misura dell’amore per lui, in occasione dei Mondiali del 1934, coniò una canzoncina parafrasando il “Sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi: “La donzelletta vien dalla campagna, leggendo la “Gazzetta dello Sport, e come ogni ragazza lei va pazza per Meazza, che segna goal al ritmo di fox-trot”. Il divo viveva nel benessere, aveva una casa lussuosa, una bella auto, donne a non finire e faceva addirittura da testimonial alle prime pubblicità dell’epoca. Era un Re in mezzo ai comuni mortali, decenni avanti rispetto a quello che sarebbe poi divenuto agli occhi della gente la figura del calciatore.

Come tutte le favole, anche quella di Meazza era però destinata a finire. Dopo altri due titoli di capo cannoniere e un altro Scudetto vinto, Meazza iniziò a soffrire di quello che venne definito “Piede Gelato”. Un’occlusione dei vasi sanguigni che gli causò enormi problemi di circolazione (riconducibili anche alla sua morte nel 1979) e dovette rimanere lontano dal suo amato calcio per oltre un anno. Quando nell’autunno del 1940 poté tornare, fortemente menomato, a giocare a calcio, lo fece però, clamorosamente nel Milan.

Il suo però non fu un vero tradimento. Meazza infatti, sosteneva che, non potendo più dare il massimo nella sua amata Inter, tanto valeva andare a concludere la propria carriera da sogno in squadre minori: come il Milan (per due anni) e la Juventus (un anno) appunto. Il richiamo, l’amore, è però troppo forte. Nel 1946-1947 è allenatore dell’Inter. La squadra va male, rischia addirittura di retrocedere. All’ultima giornata, contro il Bari nello spareggio salvezza, Meazza, non più un ragazzino, non più Balilla, ma ormai 37 enne, indossa i tacchetti per un’ultima leggendaria volta. Segna contro tutto e tutti il goal decisivo per la vittoria e la salvezza dell’Inter, che grazie alla sua più grande leggenda, riesce a rimanere in Serie A per l’ennesima volta.

Più dei goal segnati con l’Inter, 242, più delle reti complessive in Serie A, 272 e delle 33 in Nazionale, di lui rimane il ricordo di un eroe senza macchia e paura. Il simbolo di un’epoca intera, amato da tutti e capace di far sognare e gioire un intero Paese nonostante i venti di guerra. Meazza non è stato solo un campione: è stato IL campione. Ed è per questo che lo stadio San Siro è intitolato giustamente alla sua memoria. Peppino se ne andò per un tumore al Pancreas e chiese espressamente che la sua morte venisse taciuta fino a funerale avvenuto, così da non suscitare scalpore. Lui che aveva vissuto una vita sotto i riflettori, decise di andarsene alla chetichella, come se un eroe come lui non potesse permettersi l’onta di morire. Venne sepolto, per sua volontà, in una fossa comune, senza lapide.

Così si conclude la storia di Giuseppe Meazza, il più grande campione della storia dell’Inter.

 

 

×

Cart