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Abbiamo capito il problema di Hakan Calhanoglu e come si può risolvere

Hakan Calhanoglu è stato sicuramente uno degli acquisti più sensati e logici delle ultime sessioni di mercato. Una volta accertatasi che Christian Eriksen stesse bene, l’Inter ha infatti compreso senza difficoltà che, semmai fosse rientrato, la stella danese ci avrebbe messo mesi a calcare di nuovo il campo da gioco. Marotta perciò si è mosso in maniera rapidissima per cercare un sostituto a basso costo. Calhanoglu era l’uomo perfetto: in primis poteva ricoprire il doppio ruolo mezzala-trequartista come il predecessore, era svincolato e quindi tesserabile con zero costi sul cartellino e, particolare da non sottovalutare, permetteva di fare un grosso sgarbo ai cugini del Milan.

Dopo l’avvio da sogno con il Genoa alla prima di campionato però – con goal, assist e rete annullata – il turco è passato in secondo piano. Calhanoglu non è riuscito ad imporsi come ci si aspettava, non solo nelle partite in cui l’Inter soffriva, ma anche in quelle in cui la squadra dominava a larghi tratti. Qual è il problema quindi? Il ruolo? Lo stile di gioco? Mera pressione psicologica? In questa analisi andremo a vedere nel dettaglio gli ultimi anni di carriera di Calhanoglu, valutando le posizioni occupate ed i risultati ottenuti, per capire cosa sta succedendo e cosa potrà dare all’Inter.

Calhanoglu sa giocare ovunque

La prima cosa che balza all’occhio della carriera di Calhanoglu è la sua duttilità. Pur non eccellendo in maniera straordinaria in nessun ruolo, ha comunque messo in mostra ottime cose in tutti i ruoli del centrocampo. Trequartista per vocazione, in carriera ha giocato anche da ala sinistra, da ala destra, da seconda punta, da centrocampista centrale, mediano, centrocampista di fascia destra, centrocampista di fascia sinistra e addirittura prima punta. Questo lo specchietto completo delle presenze e del rendimento per ruolo:

Ala sinistra: 122 presenze, 22 goal, 36 assist

Trequartista: 107 presenze, 26 goal, 26 assist

Centrocampista centrale o mezzala: 57 presenze, 14 goal, 11 assist

Seconda punta: 32 presenze, 8 goal, 8 assist

Centrocampista di fascia sinistra: 26 presenze, 8 goal, 6 assist

Centrocampista di fascia destra: 17 presenze 6 goal, 8 assist

Ala destra: 14 presenze, 5 goal, 3 assist

Prima punta: 3 presenze, 0 goal, 0 assist

Mediano: 1 presenza, 0 goal, 0 assist

Dalla qualità alla quantità

Calhanoglu con il passare degli anni e della maturazione è diventato sempre meno un giocatore d’estro. Pur mantenendo infatti lampi d’alta classe, si è via via “calmato” diventando un calciatore duttile, disposto al sacrificio e dal raggio d’azione decisamente più arretrato. Meno di qualità pura e più di quantità, di utilità. Partito principalmente come asso d’attacco, Hakan è progressivamente arretrato con il passare degli anni, diventando una fonte di gioco più portata a cercare l’assist ed il lancio per i compagni. Meno votato all'”io” insomma e molto più al collettivo. La trasformazione, se si guardano i dati relativi alla sua carriera, risulta piuttosto evidente:

KARLSRUHER: 55 partite, 17 goal, 17 assist

AMBURGO: 38 partite, 11 goal, 5 assist

BAYER LEVERKUSEN: 115 partite, 28 goal, 29 assist

MILAN: 172 partite, 32 goal, 48 assist

INTER: 8 partite, 1 goal, 2 assist

Prendendo in considerazione i periodi migliori della carriera, dal Bayer Leverkusen ad oggi, Si nota come non solo Calhanoglu sia diventato più altruista, ma come abbia peregrinato in cerca di una collocazione fissa. Con i rossoneri di Germania ha giocato quasi sempre da ala sinistra, sfruttando il suo essere quasi completamente ambi destro per portarlo ad accentrarsi e tirare col destro o anche a cercare il fondo ed il cross con il mancino. Viveva di strappi, di dribbling secchi e di lampi di ispirazione brevi ma intensi. Con il Milan, dopo le difficoltà iniziali, si è consacrato con la guida di Stefano Pioli, che, piazzandolo trequartista libero da troppi oneri di ripiegamento, è riuscito a farlo esprimere al massimo. In Italia è diventato più ligio al dovere, più focalizzato sull’economia dei 90 minuti che sulla giocata singola. Più abile a preservare e preservarsi: quando è lucido e fresco infatti, il piede del turco rimane delizioso, uno dei più delicati in circolazione in Serie A.

Il vero problema semmai è, a detta di molti, la continuità. Hakan infatti raramente è riuscito ad inanellare una serie di prestazioni consecutive convincenti: un po’ come capitato in passato a Perisic, è in grado di decidere una partita da solo per poi scomparire per le 5 successive. Ma è davvero così? Nì. La vera croce di Calhanoglu è semmai che i suoi picchi negativi sono estremamente negativi e, spesso, molto più eclatanti di quelli positivi: quando non gira, non riesce a rimanere a galla con l’atletismo o con la giocata illuminante. Quando è in giornata no, è come se portasse sulle spalle una zavorra.

All’Inter però, nonostante l’ennesimo cambio di ruolo e di direttive da digerire, Calhanoglu non ha fatto male come molti vogliano far credere. Per quanto avrebbe potuto in più di un’occasione dare molto di più, Inzaghi è comunque soddisfatto dal primo impatto con il mondo nerazzurro. Il suo lavoro oscuro infatti, da secondo regista in ombra, è stato fondamentale fino a qui per alleggerire Brozovic e dargli più respiro. La chiave delle rimonte dell’Inter è anche qui: dovendo spegnere due fonti di gioco differenti, i centrocampisti avversari esauriscono più rapidamente le energie, andando a pressare ferocemente sia il turco che il croato. Quando poi le forze vengono meno, i 7 polmoni di Brozovic gli permettono di salire di nuovo in cattedra e di comandare il centrocampo, portando la squadra a ribaltare le partite nella seconda metà di gara.

Il sacrificio difensivo

Come detto sopra, Calhanoglu è diventato un giocatore più equilibrato. Dal punto di vista difensivo – anche in questi primi mesi all’Inter – abbiamo visto che il turco deve porre molta più attenzione. Questo è un discorso che vale per tutti e tre i centrocampisti di Inzaghi chiamati a un dispendio fisico non indifferente. Se prendiamo i chilometri percorsi in media da Calhanoglu (9,093 km), l’ex Milan si posiziona in una posizione medio-alta nella classifica generale della Serie A e al settimo posto in quella dell’Inter. In campionato ha vinto 5 contrasti, andando a pressare 67 volte. Comunque meno di Barella e Brozovic, ma sono comunque dei buoni numeri.

Calhanoglu-Luis Alberto: un confronto che regge?

Sicuramente Inzaghi vorrebbe fare quello che nei suoi piani iniziali doveva fare Eriksen: trasformarlo nel suo nuovo Luis Alberto. L’operazione, ancora allo stadio embrionale, finora però non è riuscita. Quando pressato e messo spalle alla porta, Calhanoglu fatica a inventare e si limita al “compitino”. A differenza di Brozovic però, non è dotato di una resistenza da mezzofondista e quando gli avversari esauriscono le forze per pressarlo, automaticamente va in debito d’ossigeno a sua volta. L’ideale per lui sarebbe probabilmente il ruolo di trequartista puro, con meno compiti tattici e più libertà di lanciare le punte: al Milan in quella posizione si era messo in mostra anche per il grande pressing in grado di portare in fase di non possesso. Stando più avanzato avrebbe meno porzioni di campo da coprire e automaticamente più energie da spalmare lungo il corso della gara. Ma la conversione è possibile.

I NUMERI DI LUIS ALBERTO CON INZAGHI (tutte le competizioni)

2016-2017: 10 presenze, 1 gol, 2 assist

2017-2018: 47 presenze, 12 gol, 14 assist

2018-2019: 37 presenze, 6 gol, 5 assist

2019-2020: 41 presenze, 7 gol, 15 assist

2020-2021: 40 presenze, 9 gol, 2 assist

Inzaghi però non sembra intenzionato a cambiare modulo. In primis perché anche con il 3-5-2 puro al momento la squadra fatica a trovare un equilibrio e subisce troppi tiri e troppi goal. In secondo luogo perché l’avvio a singhiozzo di Calhanoglu non lo ha demoralizzato: crede ancora di poterlo trasformare in un nuovo Luis Alberto, letale e geniale in fase offensiva ma anche bravo a interdire e agire da secondo regista. Starà probabilmente allo stesso centrocampista turco, allora, dimostrare di essere in grado di prendere in mano la squadra più di quanto non abbia fatto sino a questo punto della stagione: perché è a partire dalla prossima sfida contro la Lazio che l’annata entrerà nel vivo, ed è da lì che si comincerà a misurare il reale livello di Calhanoglu e dell’Inter.

Sul piano difensivo, i due giocatori (Luis Alberto lo scorso anno e Calhanoglu questa stagione) si assomigliano molto. Entrambi vincono circa un contrasto a partita e vanno a pressare circa 14 volte ogni 90 minuti.

Cosa c’è di diverso da Eriksen

Come dicevamo in apertura di articolo, l’operazione Calhanoglu da parte di Marotta è da definire intelligente. L’assenza di Eriksen è stata tamponata nel migliore dei modi ma – in attesa di avere gioiose notizie da parte del giocatore danese – il confronto con quest’ultimo viene quasi naturale. Il ruolo è lo stesso: un centrocampista interno di sinistra in un 3-5-2.

I NUMERI DI ERIKSEN NELLA SCORSA STAGIONE

2020/2021: 34 presenze, 4 gol, 1 assist

Abbiamo voluto prendere i dati dello scorso anno perché è stato di fatto il momento in cui il danese è riuscito davvero a giocare da titolare – da metà stagione precisamente – negli schemi di Antonio Conte. Salta all’occhio sicuramente il numero di gol e assist: il centrocampista ex Tottenham, infatti, non ha inciso nell’Inter per le prestazioni sottoporta. Piuttosto, il danese è riuscito a essere decisivo perché la qualità tra i piedi permetteva all’Inter di girare al doppio della velocità rispetto a quando il numero 24 non era in campo.

Filtranti, palle alte, giocate di prima. Questi sono stati gli ingredienti del successo di Eriksen da febbraio in poi. Ed ecco anche cosa sta mancando a Calhanoglu in questi primi mesi nerazzurri. Nessuno chiede al turco valanghe di reti. L’ex Milan, difensivamente parlando, non sta deludendo, anzi (1.06 contrasti vinti a partita): sta già facendo meglio di Eriksen (0.52 contrasti vinti a partita). Anche dal punto di vista del pressing, il turco è più attivo (14.3 pressing a partita contro gli 11.5 a partita del danese).

Ritrovare la giocata risolutiva

Nelle ultime partite – in cui l’ex Milan è calato di livello – abbiamo visto diversi passaggi-chiave sbagliati. Basti a pensare al secondo tempo con il Sassuolo. Il turco ha la testa per pensare a delle giocate alla Eriksen ma manca la pratica. E la qualità nei piedi ce l’avrebbe anche Calhanoglu per poter concretizzare quello che il danese faceva in campo. I corridoi ci sono, vengono pescati dal numero 20 nerazzurro: si deve solo fare il passo finale per percorrerli.

La bravura dai piazzati la conosciamo, così come il suo sacrificio in campo. Quello che sta mancando in questo momento è la giocata risolutiva, che consenta all’Inter di girare a mille. Il passaggio che solo i campioni riescono a fare, il filtrante che salta due linee difensive. Il cambio di campo a rigenerare vita alla manovra nerazzurra.

La conclusione? Abbiamo aspettato un anno un giocatore dalla caratura di Eriksen. Calhanoglu non è stato un disastro finora ma ci sono delle cose da migliorare: dare tempo al tempo e dare fiducia a Calhanoglu. Soprattutto perché l’Inter non è una squadra che ha problemi dal punto di vista del gioco offensivo. Ovviamente si può fare ancora di più è vero, però i gol e le occasioni create sono già tantissimi. L’Inter ha bisogno invece di equilibrio in questo momento, e da questo punto di vista Calhanoglu ha già dato dimostrazione di poter essere estremamente utile.

Il problema che affligge ora Calhanoglu è che è un giocatore in continua mutazione ed evoluzione, come abbiamo visto anche dai dati di prima.

Quando avrà acquisito completamente i dettami del nuovo ruolo richiesti da Inzaghi e sarà entrato completamente in condizione, comincerà ad aumentare i giri del rendimento. Magari non farà la doppia cifra in termini di gol, però potrà sostituire degnamente Eriksen e ci sbilanciamo.

Da Calhanoglu passa la svolta definitiva della stagione dell’Inter. Se riuscirà ad imporsi e meritarsi il posto da titolare fisso, l’Inter avrà piazzato il tassello che manca nella rosa titolare. Perché con un Calhanoglu integrato alla perfezione ci sarà un Brozovic più libero e con un supporto importante, ci sarà un Barella che non dovrà essere dirottato sul centrosinistra e potrà invece continuare la sua esplosione nella zona di campo che occupa ora

E l’Inter proprio come con Eriksen che quando si è sbloccato non è più uscito, troverà la quadra che potrà far decollare il progetto di Inzaghi. Servirà una scintilla forse, magari nel derby da ex. Anche con Eriksen era servito il derby.

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